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Cosa Succede A Pattaya

Giacomo aveva un sogno d’inverno che cominciava al tramonto e i pescatori di perle sollevavano onde concentriche tuffandosi dai barconi di legno. Dalla sede centrale del prestigioso istituto assicurativo al suo monolocale lo sospingevano folate di noia e le donne avevano nomi troppo comuni e un accento mellifluo ad invitarle a cena.

Lume di candela, viluppo stucchevole e dolciastro, o tovaglie di carta sulle quali disegnare caricature per farle ridere.

Una vita da vecchio signore malgrado i suoi cinquantacinque anni lo induceva a contarsi i capelli allo specchio e a pettinarli con cura, ogni sera, prima di andare a dormire. Il caffè alle sette, il latte poco più tardi, il giornale all’edicola, il pane dal fornaio, in macelleria solo quel taglio di carne, lo sci di fondo in settimana bianca, la passeggiata digestiva, le buone abitudini alle quali bisognava rinunciare per vivere non lo tentavano più della nuova moda americana di buttarsi giù dai ponti legati ad una corda elastica.

Passava dalla strada stretta e meno trafficata, beveva alla fontanella, osservava da dietro la rete i pulcini della squadra di calcio.

Era il millenovecentottantaquattro e il duemila sembrava vicino. Più vicino di quell’estate in cui studiava per prepararsi agli esami di maturità e aveva letto Orwell invece di ripassare gli autori del periodo ellenistico.

Per quello che serve, un diploma di liceo classico. Questo aveva detto suo padre, e a distanza di così tanto tempo egli era costretto ad ammettere che aveva ragione.

Lo convinse il tetto rosso e verde che scintillava da un dépliant qualunque, sollevato forse da una di quelle consuete folate di noia. Qualunque anche il giorno e l’ora e l’agenzia di viaggi, ma il tempo era maturo per partire e i pescatori di perle asciugavano al sole pelli brune e scioglievano cera su un fornelletto accompagnando il lavoro con un canto rituale.

L’aereo partì con quattro ore di ritardo per via della nebbia alla Malpensa e mentre le ali si aprivano in curva da quote più basse vaghe premonizioni di carole natalizie recavano il sentore di panettoni andati a male e lingotti di cioccolata con nocciole e quantità spropositate di marmellata preparata in casa dalle mani industriose di zie zitelle e dalle stesse mani racchiusa poi in barattoli di vetro con l’etichetta adesiva.

Lungo Vibhavadirangsit Road il tassista parlava da solo. Fu già difficile spiegargli dove voleva andare e fargli capire il nome dell’albergo.

Giacomo non parlava l’inglese, altrimenti si sarebbe accorto che l’altro non ne conosceva nemmeno una parola.

Lunghe modulazioni appena sussurrate tra i radi baffetti segnavano lo scorrere dei chilometri. Impossibile comprendere se si trattava di una canzone. Magari pregava il suo dio, piccolo Buddha d’avorio incollato sulla moquette giallo ocra che rivestiva il cruscotto. Una collana di orchidee violacee dondolava dallo specchietto retrovisore e smuoveva l’aria condizionata, troppo fredda e greve di una fragranza conturbante che esalava dalla boccetta appoggiata vicino a quel simulacro. Adesso, a vederlo da vicino, gli parve tanto estraneo. E se ne rammaricò.

Il portiere in livrea grigia e bordeaux parlava un buon italiano con leggero accento romanesco, e volle subito raccontare al nuovo cliente che a Roma egli aveva studiato, per tre anni, mantenendosi con piccole traduzioni e con un lavoro da cameriere in birreria. Quale infinito, insopportabile strazio. Tutto era minuscolo e angusto. L’uomo insistette a parlare di birrerie. Bizzarra, divertente usanza dei paesi occidentali. Il vero business del futuro, a parere suo, era aprirne una anche lì. E non aveva perso tempo. No davvero. Aveva già in mente il nome: Birreria il Colosseo. Bello, no? Quale sconcertante, interminabile strazio. Ancora e ancora e ancora. Giacomo lasciò scivolare tra le sue dita una mancia cospicua perché se ne andasse, e quello si sentì obbligato a trattenersi più a lungo.

Il tetto a pagoda rosso e verde ornato di guglie dorate era quello del Gran Palazzo.

Provare a sentirsi a casa inseguendo gradazioni d’ombra, ripercorrendo luoghi, riconoscendo volti, interpretando voci. Aspettando di ritrovarsi dentro un ricordo o una reliquia, aspettando che le rare automobili antiquate con le carrozzerie ridotte ai limiti della decenza finiscano per somigliare a qualcosa di già visto e già vissuto da noi o dagli avi dei nostri avi. Invece una misteriosa forza centrifuga stava allontanando tutto, trascinando via dal fulcro della sua esistenza gli oggetti, i tempi e i modi. Giacomo aveva la febbre alta e tuttavia sedette all’ombra di uno dei terrificanti guerrieri di smalto e pietre colorate, disciplinatamente in posa per la foto ricordo. Quindi si tolse le scarpe ed entrò nel tempio del Buddha di smeraldo dove gli parve di intuire che molta gente sorbisse il tè sdraiata sui tappeti.

Wat Arun, Wat Pho, Wat Benchamabophit… la guida parlava un italiano molto simile al thailandese o viceversa e dopo un po’ apparve chiaro che wat significava tempio.

Questo senso di non appartenenza non era, non poteva, non doveva essere la vera ragione del partire. Non questo scoprirsi a rimpiangere pacchetti prevedibili di sciarpe di lana e guanti e pantofole imbottite, e filze di luci intermittenti intorno a floride fronde verdi e pupazzetti di gesso colorato e neve di farina sulla cartapesta.

Ogni cosa sembrava lontana e nemica quanto il guardarsi dentro. Il mercato galleggiante puzzava mentre il Rose Garden non effondeva alcun odore. Il tasso d’umidità superava i livelli di guardia e i pescatori di perle perdevano sangue dal naso e dalle orecchie come nella favola del giovane Re che la maestra leggeva in classe.

Non c’è una coerenza in questo mondo. Ovvero, dopo tutto, qual è il mondo? Il nostro. Il loro. Tutto questo pensare in termini di appartenenza giustifica appena la ricerca, ma non il profitto, né il danno, né l’indispensabile confluire delle esperienze entro un unico vaso: quello della comunicazione. La linea dell’equatore ha un cuore. Oppure, meglio, la linea dell’equatore è un cuore. Il tuo cielo boreale che da millenni si serve della bussola ride e se ne infischia delle stelle e delle loro tracce ingannatrici. Rifugge le cabale secondo una cadenza razionale, enciclopedica, perfino coreografica. Fatti salvi i pregi e i limiti dell’operazione.

Francesca Guercio

Dai testi gratuiti può essere ricavata una sola copia su carta o dischetto. Per l’autorizzazione a fare copie multiple del testo rivolgersi alla Sun Moon Lake.

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