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Kolt (Sussurri)

Kolt

I miei vecchi partirono per il mare. Stavano via tre mesi, tutti gli anni, e tutti gli anni, in quel periodo d’estate, mi lasciavano la casa libera, completamente libera. Era terribile, era la fine. Erano quindici mesi che non scopavo, quindici mesi davvero. Era una cosa che non potevo sopportare, che non doveva accadere. Non ricordavo nemmeno come si facesse, cosa si potesse provare. Era molto importante riuscire a scopare, almeno per me. Avevo la casa libera. Avere la casa libera senza una ragazza è come vedere un film porno senza i cazzi; non è la stessa cosa, ecco tutto. Erano quindici mesi che non scopavo, l’ultima volta era stato con Erika, una settimana prima di mollare

Barbara. Ero stato proprio uno stronzo a mollare Barbara, una gran fica, con tutti quei riccioli, una guzzata di classe, ed erano quindici mesi che non guzzavo una volta. Perchè? Era orribile. Avevo ventitrè anni, 23 anni suonati, e mi facevo due seghe al giorno, una appena svegliato, ancora intontito, con i giornaletti porno o i supplementi del Corriere della Sera, e una prima di dormire, come sonnifero, con le pubblicità delle messaggerie erotiche. Ero sempre stanco. Appena i miei vecchi partirono, all’inizio di giugno, cominciai a farmene tre o quattro alla volta, a seconda dei giorni, e il pene mi diventò tutto violaceo, con piccole striature rossastre trasversali. Mi faceva male. Era volgare. Ed ero sempre più stanco.

Avevo ventitrè anni e non riuscivo a scopare. Era molto importante riuscirci. Passavo gran parte del giorno a pensarci, e il resto lo passavo a scrivere. Ero bravo a scrivere. Mi consideravo il settimo scrittore del mondo, più o meno. Diciamo che se avessero organizzato un meeting avrei avuto lo stesso ruolo dell’Italia nei vertici dei paesi industrializzati, un ruolo di pura presenza, ma ci sarei stato.

Pubblicavo i miei racconti su una rivista di informatica, multimediale, calt o colt o kelt o qualcosa del genere. Ogni mese un racconto. Ero forte a scrivere racconti, ed ero l’unico collaboratore che si firmava senza pseudonimi. Ero Raffaele Gambigliani Zoccoli, ero il settimo scrittore del mondo, ma non avevo ammiratori, nessuno che mi scrivesse nemmeno una lettera. Nessuno aveva il mio indirizzo, pensavo. Il mio sogno nel cassetto era guzzarmi un’ammiratrice, a sangue, nel suo bagno, sopra la sua lavatrice, sopra il suo lavandino, guardandomi allo specchio intanto che lo facevo, guardandomi mentre fottevo di gusto. Sarebbe stato il massimo del massimo. La vittoria suprema. Ma non mi scriveva nessuno, nemmeno una volta. Lavoravo su racconti pornografici. Le protagoniste dei miei racconti la davano via molto facilmente, e alla fine si facevano impalare in più parti contemporaneamente. Non è facile scrivere racconti pornografici di un certo livello, e io ero un grande; le mie storie erano piene di particolari. Ero un duro e odiavo le donne, e loro venivano sempre scopate e lasciate, scopate e lasciate, scopate e guzzate insieme. Ero in gamba. Una sera, dopo sette mesi che collaboravo alla rivista, fui fermato dalla polizia, per eccesso di velocità. Mi fecero uscire dalla macchina. La poliziotta che controllava i documenti aveva letto uno dei miei racconti. Ero Raffaele Gambigliani Zoccoli, ero il settimo scrittore del mondo, mi firmavo senza pseudonimi. Non avevo paura. Mi diede otto colpi di manganello, in faccia e sui genitali. Un dolore tremendo, indescrivibile. Mi accasciai su me stesso. Sentì la volante che ripartiva, il sangue che colava dalla faccia. Stavo male. Rimasi sul selciato per alcuni minuti. Era orribile, era la fine. Non sapevo cosa pensare. Riuscii a risalire in macchina, riuscii a raggiungere casa, riuscii ad arrivare al mio letto. Continuavo a stare male.

Quella notte mi feci due seghe, bellissime e lunghe, senza giornaletti nè televisione, pensando alla poliziotta. Era una bella ragazza, sotto quella divisa. Continuavo a scrivere e a pensare. Perchè non scopavo?

Il peggio del peggio era il redattore della rivista su cui scrivevo,

Giorgetti o Giorgioni o qualcuno del genere, un tipo che si permetteva di scrivere stronzate sui miei racconti, del tipo che bruciavo il mio malessere esistenziale naufragando tra l’alcool e le fiche. Lo odiavo.

Non riuscivo a sopportarlo. Continuavo a scrivere tutte quelle stronzate, come si permetteva? Un giorno o l’altro l’avrei ammazzato.

Decisi di non collaborare più alla rivista. Nemmeno agli amici piaceva come scrivevo. Una mattina telefonò Massimiliano. “

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