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“la Peste” Di Camus

Donatella Cinà ha riproposto, venerdì 18 ottobre, nello spazio teatrale del Centro Anita di Aosta, attraverso una scelta di brani ben armonizzati sulle cadenze delle percussioni di Marco Giovinazzo, il romanzo di Albert Camus, datato 1947, “La peste”.

Un libro che si propone come una riscoperta anche per chi lo abbia già letto e meditato in passato, perché l’ironia, la profondità, la verità umana del testo parlano, ogni volta che le si ascolti nuovamente, dei fatti vicini, delle esperienze attuali.

Orano, dove si ambienta la vicenda, è una città qualunque: operosa, ordinata, salda nei principi praticati dai suoi abitanti di guadagnare bene e poi concedersi nel tempo libero qualche svago (cadenza dei tempi e delle azioni resa tangibile dal sottofondo musicale). Una città moderna e come tale libera dal tarlo antico, oscuro, misterioso, del “sospetto”. Paga di ciò che fa, non guarda lontano, non immagina: Camus la descrive costruita in modo tale da voltare le spalle al mare. Per questo, quando compare il primo topo morto e quando decine di altri suoi simili manifestano i sintomi di un morbo oscuro, che uccide (sono soltanto ratti!), nessuno o quasi usa l’immaginazione, si allarma. I flagelli, come la peste, sono cosa d’altri tempi, un male talmente grande e inesorabile (come la guerra, ad esempio…) da risultare non credibile alla ordinata costruzione mentale dell’uomo, qualche cosa di “astratto” rispetto alla vita operosa, produttiva, di tempi e di relazioni precisi.

Eppure l’astratto (o la “verità”, come prende a chiamarla il predicatore, il quale crede, anche troppo, al flagello, esaltandolo come un biblico atto di punizione) colpisce e fa morire. La città cambia (cambiano i toni, i suoni, le luci di scena e gli strumenti per descriverla), conosce il sospetto, rischia la disperazione e l’abitudine ad essa.

Il romanzo della città appestata poggia sulle figure di alcuni uomini (il medico protagonista, l’osservatore che raccoglie annotazioni nei propri taccuini, l’impiegato dell’amministrazione comunale – problematico romanziere -, l’inviato cronista rimasto bloccato dalle misure di isolamento imposte dal governo), modelli di diversi modi di intendere la vita, diversi modi di vivere (o di ammalarsi).

Il mare, ad esempio, che due di questi uomini decidono di raggiungere una notte, eludendo le guardie che sorvegliano il molo, non per fuggire dalla città, non per scampare dalla malattia, ma per concedersi una nuotata insieme, scampare al male di un certo tipo di vita. Perché l’uomo che cessa di amare perde la ragione stessa per battersi. Non avrebbe senso vivere così, da schiavi.

Il fatto che gli eventi, i capricci del morbo, destinino uno dei due personaggi a sopravvivere, l’altro a morire, è in fondo di poco conto. È importante (lo spettacolo, questa rilettura ci aiutano a realizzarlo) “aver conosciuto” (la peste, l’amicizia) “e ricordarsene”. Non aver voltato le spalle. D’altronde il bacillo, come qualunque “male”, aspetta pazientemente in qualche luogo di ridestarsi.

Loredana Faletti

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