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L’estate È Crudele

Federica Carniti , Dal Bollettino letterario delle Librerie Feltrinelli

“Forse dai tempi delle letture adolescenziali, dai tempi dell’Allende pasionaria, quella di D’amore e ombra, in assoluto il romanzo dell’autrice cilena che più ho amato, non mi capitava una vicenda di amore, appunto, e passione politica così coinvolgente.

Parviz e Maryam, iraniani, si conoscono a Roma e sono gli anni Sessanta. Vivono un amore libero da costrizioni, ma già adulto, permeato, malgrado la giovane età, da un forte sentimento politico e sociale. Roma fa solo da cornice, come da cornice la nostra Italia di allora, i cui fatti di cronaca, nelle piazze accese dalle contestazioni studentesche, o nelle immagini proiettate sul grande schermo dai maestri del nostro cinema neo-realistico, svelano a poco a poco, ai due giovani, tutta la complessità ed il volto sofferente e conflittuale che travalica le atmosfere avvolgenti della capitale, oltre la sezione a Ponte Milvio, oltre i caffè dove i due sperimentano i primi approcci amorosi, oltre la spiaggia di Torvaianica, ancora incontaminata.

Sono entrambi a Roma, in quegli anni, per motivi di studio, testimoni, parallelamente allo sbocciare dei propri sentimenti, del nascere di un primo coinvolgimento politico.

Lontano, infatti, il dramma senza voce dell’Iran sotto la dittatura dello Shah. Un dramma mai urlato, mai gridato, che conduce progressivamente i due all’engagement e alla lotta clandestina.

Parviz viene reclutato e costretto a partire. Il suo viaggio di avvicinamento all’Iran, attraverso Germania, Turchia, Kurdistan è un rito d’iniziazione alla lotta politica; un viaggio di non ritorno di cui si intuisce già l’epilogo e, necessariamente, un distacco forzato dall’amata, che rimane a Roma, in quei luoghi ormai più familiari della natia e lontana Teheran, a terminare gli studi di medicina.

Il nuovo incontro avviene molto tempo dopo e senza che Maryam abbia più avuto, per diversi anni, alcuna notizia dell’amato, i cui tratti, nel ricordo, appaiono ormai sbiaditi; affare unicamente di pelle e cuore. Maryam reincontrerà Parviz a Tehran, dove entrambi sono tornati a vivere, chi la propria vita di medico, chi una difficile latitanza.

Nulla è più uguale ai tempi romani. La pesante ombra della Savak – la polizia segreta – da una parte, e dell’Ufficio politico dall’altra, incombe anche su quel poco d’intimità rimasta. Maryam non si ribella. Segue le indicazioni e lentamente si lascia coinvolgere, come già era scritto che fosse fin dalle prime riunioni alla sezione romana, nello stesso attivismo politico clandestino che le ha allontanato e poi riavvicinato Parviz.

L’unico moto di tenace affermazione tutta al femminile è nel desiderio di maternità, un desiderio che Maryam persegue fino alla sua gioiosa realizzazione, pur intuendo, in questo, un atto di pericoloso egoismo, senza facili prospettive future.

L’epilogo è molto triste e molto poetico, ma ci restituisce, ancora una volta, come già in La grande casa di Monnirieh, una dirompente figura femminile. Maryam che, nelle ultime pagine quasi si fonde e confonde con il nome e la figura della poetessa iraniana Forugh Farrokhzad, incrociata incidentalmente negli anni romani, lascia la scena silenziosamente, avvolta in tutta la sua tacita, mai passiva, rivolta contro quanto di più grande la sovrasta.”

“Il Piccolo” , 11/02/2007

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