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L’ombra Di Venezia

Siamo in molti sul traghetto che, flemmatico, costeggia i bordi del canale, dove l’ombra umida resiste di più al caldo sole di settembre. Questa lentezza esclusiva tiene sveglia la curiosità, ed eccitati i sensi della vista e dell’udito. Il corpo si lascia trasportare dal dondolio.

Già penso a come descrivere l’uscita dalla stazione, il disvelarsi improvviso dell’affollata città orientale, delle Fondamenta e delle acque, dei colori accesi e dei battelli quasi silenziosi che scivolano in entrambe le direzioni, da piazzale Roma al bacino di San Marco e viceversa. Già credo, con gli occhi umidi, di avere di fronte qualcosa di gentile e perduto, non soltanto l’esposizione di vestigia conservate ad uso di futuri dispersi.

Un po’ abbagliati, rapiti e affaticati, ci dirigiamo verso l’albergo, in Campo Simon Grando, come fosse la cosa più semplice del mondo, come se non fosse il nostro primo passaggio per queste calli. Ma, camminando, ci accorgiamo che la città accompagna, ci porta per mano, assicurando ancora una parte di vita dedita alla sorpresa.

Osservando i canali, mi chiedo quale profondità raggiungano; ricordo i disegni di Moebius, quelli di “Venezia; celeste”, dove si vedono le gondole galleggiare in aria, tra fondamenta e sponde prive d’acqua. Se il mare si prosciugasse, Venezia sarebbe proprio così, sogno di un sogno. Ma le gondole sparirebbero sul fondo dei canali chissà dove neri relitti rovesciati nella melma.

“Gi;à i poeti cambiano sempre la realtà”, diresti.

In questo estremo lembo d’Italia, scivoliamo di traverso in un mare chiuso, verso una striscia di terra e di sabbia che, ancora una volta “gentilmente;”, separa la laguna dall’Adriatico. Questo perché lo spazio non manca: ci sono molti varchi, e l’acqua salmastra ne approfitta. Così i pesci, immagino. E le barche.

Guardo l’entusiasmo stampato sul tuo viso. Per te si tratta di un primo incontro, non voglio turbarlo con chiacchiere inutili.

Scatto qualche foto l’aria limpida e la luce faranno il resto. Siamo viaggiatori ricoperti di salino, affinati dai nuovi ritmi che c’invitano a proseguire, ad addentrarci in questo amplissimo intreccio.

Una camera di pensione senza pretese ma ricca di sostanza vibrante, fatta di bagagli e indumenti, sorrisi e baci, rintocchi di campane (fortissimi: il campanile sovrasta tutto il Campo), suoni d’acqua e fruscii di battelli, voci sommesse o richiamanti.

Che differenza c’è tra l’uscire presto, all’alba, e il fare l’amore trascinati dall’indolenza, da un aroma sottilmente dolce? I raggi riflessi dai palazzi, trasformati in aloni rosati… il tuo corpo, naturalmente roseo, chiaro nella penombra… Le nostre parole sono rimaste là, estranee alla gente che non si cura dei turisti, se non per lavoro.

La prima frase è: “Dove; siamo?” Sparisce la solita nostalgia genovese per il suo mare, la presunzione si stempera nel nuovo spazio, sui sentieri puliti, sui piccoli ponti venuti dal cielo. L’assenza del traffico automobilistico rinfranca, rafforza, e dopo la prima essenziale domanda, torna la voglia di spostarsi, di cercare, di guardare in alto.

Abbiamo compreso come noi, in fondo, non si viva d’acqua. Qui la diversità si esprime in altro modo. Tutto accade in un’essenza lagunare che vede contrapposte le roccaforti umane sulle isole e sulle palafitte alla spinta delle maree e dei fiumi.

Una vita di foce, suggerisci.

“Usciamo;!”

Ormai l’alba si è lasciata alle spalle il mormorio notturno, ma la consueta folla non disturba troppo il nostro sguardo, né la volontà di raggiungere un certo posto, un palazzo, una trattoria. Io per la verità penso ancora al tuo corpo nudo, ma aspetto fiducioso di calmarmi. So che accadrà lentamente, per merito dei tuoi sguardi e dei sorrisi, o di un minimo evento messo sui nostri passi dal caso.

A Genova non immaginavamo un’aria tanto tersa, un clima così dolce forse avevamo soltanto poche parole, nessuna esperienza di movimento, e poca fantasia. Vedi come non basti scrivere, e come difficilmente si riesca a percepire da lontano l’essenza di un luogo. Le sue forze restano segrete.

“Anche; qui, sai, quasi tutto resta nascosto”.;

E’ una roccia, piovuta dal cielo e posata qui, senza fondamenta, leggera come foglia. Non si sposterà più, ha trovato la sua natura in quest’altra natura, più umana dell’umano e comunque distante da tutti noi.

Non basta un piccolo viaggio, non bastano anni di permanenza, per appropriarsene. Con lo sguardo, certo. Cos’altro potremmo fare?

La punta di terra indica il bacino, dove passano navi alte come cattedrali, bianche e silenziose.

La “Salute;” è lì, rotonda e più alta, di roccia leggera come foglia.

Siamo a Venezia, gironzoliamo nel suo cuore, viaggiatori ignari della storia che l’ha fatta arrivare fino a noi, curiosi ed egoisti. Già tre aggettivi per descriverci, e forse non bastano perché mi viene da pensare che sappiamo molto di più su New York che su queste pietre. Merito del cinema, della musica jazz. Nelle foto avremo comunque una certa aria indolente, di tenera soddisfazione.

“Non; sarà dovuto soltanto alla città”, mi dici a parziale giustificazione. So che è così, infatti non ho smesso di fantasticare sulle carezze in camera, mentre all’esterno la massa dei turisti continuava ad agitarsi e le acque si smovevano al passaggio dei battelli e dei motoscafi.

La nostra diversità piace ai selciati, al ferro dei ponti, ai riflessi che ci avvolgono partendo dalle grandi facciate degli alberghi più noti. Ecco, ci sembra di poter afferrare tutto, ma dietro il guscio sfavillante potrebbe esserci il nulla… “Noi; non siamo così, siamo curiosi…”, insisti. Per questo spesso ci fermiamo, incapaci di passare oltre: per un particolare che potrebbe scomparire di lì a poco, o per le buffe mosse di qualcuno che nemmeno immagina d’essere osservato.

“Le; foto saranno bellissime”.; Le tue parole si accordano a meraviglia con l’aria che spira in mio favore senza nostalgia, guardo da ogni parte e passeggio senza fatica sui selciati piani e in ordine. Se questo è un sogno, i nomi sono troppo precisi e riempiono così bene lo spazio da rendermi dubbioso…

Domattina ci sveglieremo con gli stessi rumori, gli stessi aromi. Saliremo in soffitta a lavarci e, hai notato?, da lì si arriva con lo sguardo a una serie di finestre molto belle vecchie sì, di un legno scuro e umido, ma ricche della sostanza di un borgo, un borgo come questo, così pieno di storie da non farcela più.;

Non mi accontento troppo dei nostri movimenti, che diventano, col cambio di luce, meno brillanti. Dentro di me seguo il filo di una colonna sonora condotta su diversi brani, in modo che mi scandisca il passo. Tu lo sai, non è soltanto il paesaggio a suggestionarmi, e d’altronde non mi piace la guida notturna delle discoteche, con quella serie di strattoni, di spinte sonore che alla fine stancano troppo, lasciano esausti. E noi, domani, dobbiamo ripartire.

Non c’è il desiderio di vedere di più, ma di capire questi orizzonti, affidandoci ad essi come piccoli animali indigeni come se, come se…

Impossibile passare indenni attraverso questa passione della conoscenza. Sai che Nietzsche transitò di qui, più di un secolo fa? Da poco ho scoperto, in una biografia, che la sua Aurora fu dettata all’amico Koselitz con il titolo L’ombra di Venezia. Di quale ombra egli aveva percepito il peso, o la leggerezza inimmaginabile? E ritorna quest’uomo, in ogni nostro passo: Genova, Rapallo, Ruta… e ora Venezia.

“Tu; conosci la spiegazione…” E’ forse, la tua, una domanda? O un prendere la distanza da un fatto che mi riguarda troppo personalmente? In fondo non mi chiedi altro. Qui mi preoccupo di poche cose, e prima di tutto della nostra incolumità.; Occorre cautela con uomini come Nietzsche. I poeti devono prendere le distanze dalla filosofia, per quanto sia possibile… e così avere la leggerezza per mano, costruendo piano piano una salute.

Non voglio seguire, o inseguire, le strade maestre. Venezia, un luogo così poco naturale, ha conosciuto prima di tutto i suoi uomini. Adesso sa di noi, e già questo sarà di buon augurio per qualsiasi pagina futura.

Io cerco, prima di tutto, il tuo sguardo che approva. Anche qui spesso lo incontro: sull’acqua e vicino ad essa sul bordo. Perciò domani dirai d’avermi visto in una calma, in un appagamento, inconsueti.

Durante una fermata più lunga del treno, in una delle ultime gallerie che separano l’Appennino dalla costa ligure, comincia a circolare la voce che forse a Genova c’è una seconda alluvione. Il continuo lampeggiare in cielo, i tuoni lontani e poi la pioggia battente, fanno presagire il peggio.

Quando, con estrema lentezza, il treno raggiunge Brignole, la nostra ultima stazione, ci aspetta il diluvio. Il fiume ha rotto gli argini, la città è allagata. Da acqua ad acqua: è forse questa l’Ombra, la sua vera natura che ci ha inseguiti, anzi preceduti?

Siamo tornati dove soltanto il disastro ci parla, e più che parlare, urla.

L’avventura, in auto, per cercare di raggiungere le nostre case, inizia da lì.;

Elio Grasso

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