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Pulcinella Nella Rete

Pulcinella col tamburello, artigianato di via S. Gregorio Armeno, Napoli.

Per dipingere le figure del presepe ci vuole polso fermo, sentimento e fantasia. Rosa aveva – appena meno del nonno – tutte e tre queste qualità e i sui Re Magi, i suoi asinelli, i suoi acquaioli erano ricercati in tutto San Gregorio Armeno. Il suo soggetto preferito però era Pulcinella: Pulcinella col mandolino o il putipù, Pulcinella che mangia gli spaghetti con le mani. Dove altri si contentavano di spruzzare un po’ di rosso e di bianco sui vermicelli informi, Rosa colorava gli spaghetti uno per uno, mentre la salsa non ancora mischiata brillava di un rosso lucente nel mezzo del piatto. Ma era Pulcinella che acchiappa la Morte con la rete che da sempre l’ammaliava e la sgomentava. Perché la Morte torna sempre al lavoro e da quelle maglie rotte che lei diligentemente disegnava, può fuggire e ghermire ora una donna, ora un bambino, ora un vecchio.

Il nonno Francesco – fra un inquietante attacco di tosse ed una serie di starnuti giocosamente esagerati – farfugliava un suo monologo allo stesso tempo nostalgico e didattico dal retrobottega della “Clinica delle Bambole” in via San Biagio dei Librai. Rosa ascoltava con un orecchio solo, intenta a mettere da parte i Pulcinella ancora umidi di pittura, prima di andare al suo lavoro di precaria alla Biblioteca del Palazzo Reale.

“…che Pulicinella non è buono e non è cattivo, Pulicinella è furbo e perciò inganna la Morte. Stai accorta, Ro’, a non far stingere il nero della maschera sul cappuccio. Pulicinella nu’ mmore maje, perché, pure si more tutti i giorni, torna a nascere ‘o juorno appriesso. Rosa, fai tardi! Ciao, Regine’.”

Rosa lanciò un ultimo sguardo sul drappello dei Pulcinella messi ad asciugare e si avviò, attraverso vicoli, piazze e piazzette, fino alle larghe vie del centro. Da quando, dopo i lavori nei Quartieri Spagnoli terminati da poco, il traffico era stato esiliato, era tutto un formicolare di persone, un susseguirsi di richiami, un profumo di mare. Proprio come nei racconti di nonno Francesco. Rosa lasciò l’oscurità di un vicolo dove le donne mettevano all’aria sui davanzali dei bassi le lenzuola della notte, cantando il ritornello di una canzone che saliva, da radio a radio, da finestra a finestra, fino alla gabbia del canarino sull’antico balcone di ferro battuto. Tagliò in diagonale la piazzetta seguendo la linea del sole che avanzava, scese la scalinata in fondo alla quale Totonno vendeva le sue pizze oggi a otto, “mangi oggi e paghi tra otto giorni” e se ne fece incartare una, calda e profumata. Da via Roma già si sentiva la voce stridula di Pulcinella, prodotta con la pivetta dal guarattellaro ritornato finalmente al suo posto in Galleria, e le grida eccitate dei bambini che l’avvertivano dell’arrivo della Morte.

“Pulicinella, accorto, accorto, sta aretro a te, a Morte… Acchiappala, acchiappala!”

Mentre, nella pausa del pranzo, sistemava i libri sugli scaffali, Rosa si fermò a guardare il nuovo computer che collegava via Internet la biblioteca col mondo intero. Era allarmante quel cervello senza corpo che diceva tutto a chi sapeva chiedere. Dopo un rapido sguardo alla scala vuota, con le sue quattro nozioni d’informatica, batté: “Je vurrìa…”

Incerta, uscì sul terrazzo: il mare scintillava. Sugli scogli – tra le reti che si asciugavano al sole – i bambini cercavano le patelle. Poco lontano il grande cartello annunciava “LAVORI DI RISANAMENTO ZONA MARINA – 2000/2004”. Quando era bambina, il nonno sentenziava: “Nel cielo ci stanno tutte le risposte: bisogna fare la domanda giusta alla stella giusta.” A quest’ora il nonno riposava nel retrobottega, il guarattellaro taceva e per il momento la Morte era nella rete di Pulcinella. Tornò in sala e aggiunse: “Je vurrìa ‘n accunciatore ‘e rete.”

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