Senza categoria

Rudyard Kipling

I Plain Tales di Kipling sono una raccolta di quaranta racconti brevi, che trattano prevalentemente episodi della vita dei britannici in India. I Plain Tales vennero pubblicati nel gennaio del 1888 dalla Thacker Spink & Co., una casa editrice anglo-indiana di Calcutta. Tuttavia, alcuni racconti erano già apparsi nel Civil and Military Gazette, il quotidiano di Lahore di cui il giovane Rudyard, insieme a Stephen Wheeler, era responsabile; la gazzetta, una sorta di appendice regionale del ben più importante Pioneer di Allahbad, veniva stampata da una forza lavoro prevalentemente indiana (1) e messa in circolazione nelle stations del Punjab da una gran quantità di giovani indiani. Kipling lavorava alla Civil and Military Gazette fin dal ritorno in India nell’ottobre del 1882, dopo la “desolante” parentesi di Southsey; da una ricerca condotta da Lord Birkenhead, uno tra i più puntigliosi biografi di Kipling, sappiamo che i principali racconti della collezione erano apparsi sulle pagine della gazzetta nel corso del 1886, con la sola eccezione di “The Gate of the Hundred Sorrows” pubblicato nel numero del 26 settembre del 1884. Il giornale, che era stato fondato da James Walker e William Rattingan, veniva letto prevalentemente dai rappresentanti della comunità di funzionari civili e militari, di studiosi e di mercanti che dimoravano temporaneamente nella colonia. Erano costoro, infatti, i principali fruitori dei racconti, spesso soggetti essi stessi delle storie narrate e fonte indiretta delle tesi ideologiche. Nonostante la funzione “riempitiva ed episodica” (2) dei racconti è possibile rintracciare un filo che lega i pur diversi personaggi e che li costituisce come elementi di un discorso sulla nazione. A dispetto delle differenze esistenti tra un racconto ed un altro, i racconti esprimono un coerente discorso sulla storia, sulla scienza, sul sesso, sull’India, riconducibile ad una organica prospettiva ideologica che, tranne qualche rara eccezione, informa la produzione “indiana” di Kipling. Nel 1890, alla sua partenza dall’India, Kipling aveva già pubblicato un volume di poesie, Departmental Ditties, e questa raccolta di racconti. Nello stesso anno, una piccola casa editrice londinese, la Indian Railway Library, aveva stampato altri racconti apparsi precedentemente in India e che adesso venivano raccolti in due diversi volumi, Soldiers Three e Wee Willie Winkie; infine nel 1892 vedevano la luce ancora due raccolte; una di ballate, Barrack-room Ballads, e l’altra di racconti, Life’s Handicap. Si conclude qui l’opera di Kipling riguardante l’India, almeno quella prodotta nel corso della lunga permanenza in quel continente; tuttavia, anche dopo la prolifica stagione orientale, Kipling sarebbe tornato ad affrontare l’argomento indiano in Many Inventions (1893) The Jungle Books (1894-5), The Day’s Work (1898) e infine in Kim (1901).

Per esigenze editoriali, ogni racconto doveva occupare una colonna e mezza del Gazette e non superare mai le 2.500 parole. Kipling si vedeva spesso costretto a comprimere le sue storie rinunciando a tutto quanto era ritenuto superfluo alla perorazione della tesi di parte. La conseguenza di siffatte scelte si avvertiva innanzi tutto nello stile: “…he [Kipling] devised a way of working up the merest trifles, the tritest anecdotes, into stories, contes, that reminded well-read reviewers of Maupassant… The tone was always that of smoking-room conversation, beginning and breaking off abruptly, interleaved with asides and cynical comments. These diversions, having served their purpose of focusing some point, were chopped off short with the catch-phrase, ‘But that is another story’, a phrase which caught on like an epidemic in the nineties”(3). Uno stile, dunque, caratteristico di quelle “gossip-columns” che tanto si distinguevano per trivialità e moralismo ipocrita(4).

A dispetto dell’immediato successo che i racconti riscossero in India, l’accoglienza inglese fu abbastanza fredda, se non inibente. E’ nota a tutti la risposta di William Sharp, a cui Sir Ian Hamilton, un amico di Kipling, aveva mandato “The mark of the beast” perché fosse recensito (5). Malgrado un giudizio così poco lusinghiero, nel 1890 alcuni racconti vennero ristampati in Inghilterra da Sampson Low, Marston & Co; ma anche questa iniziativa si rivelò decisamente fallimentare, se pensiamo alle 16 copie vendute ed alle continue stroncature che apparivano sulle riviste letterarie. La prima recensione ai Plain Tales è costituita da uno scritto anonimo apparso sul Saturday Review del 9 giugno 1888, nella rubrica “Novels and Stories”. L’anonimo critico attaccava innanzi tutto il titolo della raccolta che, se poteva avere un senso per gli anglo-indiani, non ne aveva alcuno per i londinesi; egli accennava inoltre alla leggerezza ed alla visione semplicistica che emergeva dai racconti, e suggeriva di leggerli nei ritagli di tempo, qualora non vi fosse altro di meglio da fare (6). Una recensione all’edizione del ’90 per i tipi della Indian Railway Library apparve su The Time del 25 marzo di quello stesso anno; questa volta, si richiamava l’attenzione sulla delicatezza dei temi trattati e sul fatto che essi affrontavano una realtà di cui, in Inghilterra, nessuno sospettava; tuttavia anche questa volta il giudizio complessivo non deve esser stato lusinghiero per Kipling: if [Plain Tales] fails of being quite a first-rate picture, it is because Mr Kipling, though an admirably direct writer, is comparatively wanting in style(7). Da quel momento, e senza apparente spiegazione, la situazione si sarebbe capovolta e Kipling sarebbe stato presentato come uno scrittore di eccezionale talento letterario; quanto su questo cambio di prospettiva abbia influito la spinta propagandistica dell’Inghilterra vittoriana, è difficile dire. Di sicuro l’esperimento coloniale che stava compiendosi in India necessitava del consenso dell’opinione pubblica ed i Plain Tales costituivano un ottimo strumento per la costruzione di quel consenso e per la diffusione di un’ideologia coloniale basata su concetti semplici, plain. Come scriveva lo storico Seeley, le cui idee sull’argomento coincidevano con quelle espresse nei racconti kiplinghiani: (8).

L’oggetto principale del discorso di Kipling poteva operare soltanto dentro i confini geografici e culturali del territorio coloniale, conoscibile (territorio e discorso) su base empirica, oltre ogni mediazione teorico-filosofica. In “The Conversion of Aurelian McGoggin”, apparso per la prima volta nel Civil and Military Gazette del 28 aprile 1887, Kipling esprimeva una forte ostilità nei riguardi dei rappresentanti dello spirito scientifico “metropolitano”; la condanna morale di McGoggin, difensore temporaneo di quello spirito nell’ottusa station anglo-indiana, è un esempio significativo dell’animosità anti-darviniana dello scrittore. “The Conversion of Aurelian McGoggin” è un racconto dai forti toni ideologici. McGoggin, soprannominato Blastoderm, è un civile inviato dal governo inglese in India. Si tratta di un intellettuale di città che ha letto Comte, Spencer e si dichiara seguace di Wesley; l’autore manifesta subito, insieme a tutti gli altri appartenenti al club, la propria antipatia per McGoggin, il quale non rispetta l’ordine gerarchico, vuol sempre dire la sua in ogni questione filosofica e religiosa e, come se non bastasse, dichiara apertamente d’essere ateo. Un bel giorno, mentre cerca di spiegare l’origine dei fenomeni atmosferici appellandosi alla ragione naturale piuttosto che a quella divina, McGoggin perde la parola; il dottore gli consiglia di recarsi in montagna per ritrovare sé stesso e per imparare ad usare la parola con criterio. Al ritorno dalla vacanza rigeneratrice McGoggin mostra d’aver ritrovato il senno che la città gli aveva sottratto; la natura e l’esperienza avevano operato una miracolosa trasformazione. Fin dall’incipit del racconto era evidente il progetto educativo dell’autore: (9); a questa iniziale manifestazione di intenti faceva seguito la presentazione della tesi di parte che, a dispetto dell’apparente tolleranza espressa nella frase principale, nascondeva una forte insofferenza per i giovani seguaci della più diffusa “religione” metropolitana, l’evoluzionismo; ma l’attacco di Kipling non era rivolto tanto alle nuove teorie quanto a coloro che le accettavano acriticamente, seguendo una moda intellettuale del momento. Il peccato capitale di McGoggin era, infatti, quello di ripetere pappagallescamente le teorie positiviste di Comte e quelle evoluzioniste di Spencer. Quindi, più che contro l’evoluzionismo, la critica dello scrittore era indirizzata contro una certa cultura metropolitana fatta di sole parole e priva di riferimenti diretti e concreti alla realtà; in particolare, lo scrittore disapprovava fortemente coloro i quali, pur vivendo nella lontana Inghilterra, si illudevano di poter definire i termini del rapporto coloniale poggiando su una conoscenza parziale della realtà ed adoperando, di conseguenza, modelli assiomatici ricavati da sistemi teorici astratti. Non va dimenticato che il socialdarvinismo si caratterizzava per l’esplicito rifiuto della astrattezza scientifica che in quegli anni dilagava nonostante il veto posto dal positivismo. A ciò va aggiunto il fatto che Kipling più volte aveva dichiarato di credere nei “destini evolutivi” dell’umanità. Ecco, per esempio, quanto sosteneva in “The benefactors”:10; in queste poche parole sono sintetizzate le idee principali che il socialdarvinismo stava diffondendo in Inghilterra. Aurelian McGoggin era l’emblema dei rappresentanti di una pseudo-scienza metropolitana impiantata sulla genericità e difesa da una serie di dogmatici “isms”; una scienza disancorata dalla realtà materiale, il cui meccanicismo risultava tanto da una presuntuosa distrazione dal dato ricavato dall’esperienza, quanto dalla pre-costituzione del dispositivo teorico rispetto ai percorsi pratici costituiti. Quando gli antagonisti di McGoggin esaltavano le scienze sperimentali contro le costruzioni teoriche immateriali, elevando il dato reale sulle macerie delle verità ideali, essi enunciavano l’essenza stessa della prospettiva gnoseologica del positivismo. A McGoggin mancava l’esperienza, le sue verbose e perentorie affermazioni suonavano ridicole nel mondo pratico degli anglo-indiani: “It [McGoggin’s creed] was made up in Town where there is nothing but machinery and asphalte [sic] and building – all shut in by the fog. Naturally, a man grows to think that there is no one higher than himself, and that the Metropolitan Board of Works made everything. But in India, where you really see humanity – raw, brown, naked humanity – with nothing between it and the blazing sky, and only the used-up, over handled earth underfoot, the notion somehow dies away, and most folk come back to simpler theories” (11). Lo stesso punto di vista si ritrova in numerosi racconti indiani di Kipling; si pensi alla storia di Mr Silas Riley, sbarcato in India col suo carico di cultura metropolitana e di idee preconcette: 12.

Queste posizioni ideologiche dello scrittore vanno inquadrate all’interno della dura disputa che opponeva le strutture politiche e burocratiche del Raj al governo inglese, soprattutto nell’era del liberale Gladstone. I rappresentanti anglo-indiani erano mossi dall’esigenza di ridurre al minimo le interferenze del governo centrale, ignorante della realtà in cui essi operavano e, in nome della conoscenza diretta delle condizioni locali, sollecitavano il riconoscimento della autonomia decisionale. Nei fatti le interferenze governative erano aumentate, tanto per le caratteristiche congiunturali quanto in conseguenza dello sviluppo del sistema di comunicazione avviatosi con l’inaugurazione, nel 1870, del telegrafo del Mar Rosso. Per quanto riguarda le condizioni congiunturali, va ricordato che dopo il sesto decennio del secolo scorso, i processi di accumulazione originaria potevano dirsi ormai conclusi nei paesi industrializzati d’Europa; si era conclusa, cioè, la fase dell’assoggettamento totale della produzione mercantile da parte del capitale. In questa fase, si era andata perfezionando una coincidenza di confini tra il sistema capitalistico-industriale e quello nazionale. Sul piano sociale, la conseguenza più significativa consisteva nella definitiva scomparsa del produttore-proprietario delle proprie condizioni di lavoro; al suo posto, si era riprodotta dappertutto la figura del salariato. Il mercato delle merci e della forza lavoro condizionava totalmente gli spazi nazionali europei; ma, proprio per questo, erano scomparsi i territori nazionali da conquistare per contrastare le crisi di sovrapproduzione. La condizione delle colonie era diversa; in queste aree, dove i produttori si presentavano ancora come proprietari delle condizioni di lavoro, c’era un enorme patrimonio di materie prime e di forza lavoro; c’erano le condizioni per cui il capitale poteva evitare di soffocare. In breve, il capitalismo europeo negli anni ’60 comprese che occorreva avviare una forzosa opera di assoggettamento dei colonizzati e di trasformazione coatta di un sistema fondato sul “lavoro proprio” in uno fondato sul “lavoro salariato”. In questo modo, anche le colonie diventavano spazi per la trasformazione del denaro in capitale, territori ideali per il rilancio della valorizzazione ed il superamento delle crisi europee. Il coinvolgimento diretto del governo nelle questioni indiane aveva avuto inizio il 2 agosto del 1858, quando il parlamento di Westminster aveva approvato il “Government of India Act” con cui i diritti goduti dalla Compagnia delle Indie in terra indiana venivano trasferiti alla Corona. Il periodo delle annessioni sembrava essersi concluso in seguito alla dura guerra dell’anno precedente; adesso l’Inghilterra cercava di legittimare e di promuovere politicamente le aristocrazie contadine dei taluqdar e in genere tutta la nobiltà minore e lealista disposta a sostenere i costi della proletarizzazione dei contadini pur di trovare una collocazione a fianco dei governatori britannici; ma la principale attività della comunità anglo-indiana, in questa fase particolare, era costituita dalla costruzione di un mercato di sbocco per le merci inglesi e dall’avvio di una intensa attività produttiva nei settori estrattivo e cantieristico, nella costruzioni di opere pubbliche, strade e ferrovie (in poco meno di trent’anni di controllo governativo, si sarebbe passati dai 700 kilometri di strada ferrata agli oltre 8000). Inoltre, con l’apertura del canale di Suez nel 1869, era diventato più semplice trasportare il carbone via mare da Newcastle anziché fidarsi delle “razze guerriere” del Bengala (13). Questa gigantesca opera di trasformazione economica e sociale necessitava di una “politica” coloniale funzionale non più ai singoli capitalisti che investivano in India, ma all’intero sistema economico britannico. Se contrasti intestini si verificavano, questi riguardavano soltanto chi doveva gestire quest’opera: i liberali o i tories, le burocrazie inglesi o quelle anglo-indiane?

L’articolo apparso sul Pioneer di Allahbad nel 1886 dal titolo “Pagett MP” era un sintomo dei contrasti sull’amministrazione della politica coloniale; in esso Kipling criticava le posizioni del liberale Pagett il quale, dopo un breve soggiorno indiano, aveva espresso numerose riserve tanto sulla natura violenta ed oppressiva del colonialismo quanto sui dubbi vantaggi della presenza britannica in India. E’ facile intuire quanto sarebbe stata dura la reazione di Kipling a siffatte posizioni politiche: “Pagett, with his ‘Asian solar myths’, mouthed what Anglo-India saw to be the perniciously misleading ‘truths’, rife especially among Liberal groups in the metropolitan, that the English in India whined about their lives, when actually they were living as aristocrats with very little to do, waited by myriads of servants, and cushioned by ‘princely pay'” (14). Kipling aveva sempre manifestato una decisa insofferenza per le parole vuote e forse per questo il suo McGoggin sarebbe stato colpito da afasia, perdendo l’uso della parola dopo averla per tanto tempo usata a sproposito: 15. La conoscenza diretta della natura, principio fondamentale su cui si costruivano tutte le scienze sul finire dell’Ottocento, avrebbe segnato il superamento di ogni residuo idealismo e di ogni dogmatismo illuministico; la parola, affermava Kipling, doveva cedere il posto alla prassi, in ogni caso vi si doveva adattare. Sulla base di queste posizioni penso si possano condividere le conclusioni di Martin Seymour-Smith sulla formazione ideologica e filosofica di Kipling: 16.

All’interno della società coloniale, configurata come luogo privilegiato della rilettura razzistica dell’evoluzionismo, si trovavano le condizioni più adatte alla diffusione del discorso socialdarvinista; tale rilettura, inoltre, alterava le certezze positivistiche della successione diacronica in un quadro frammentario di storie del presente ricomposte attorno a principi classificatori che tenevano conto prevalentemente della razza, del sesso o della forza militare. La maggior parte delle ideologie che si producevano in seno alle società occidentali durante la seconda metà del diciannovesimo secolo poneva al centro del proprio sistema, quale principio costitutivo del progresso storico, lo squilibrio tra mondo europeo e mondo “altro”; lo spazio tradizionalmente occupato dal “doppio”, quel mondo di campagna che per tanto tempo si era contrapposto a quello cittadino, adesso si sarebbe ricostruito lungo l’asse delle nuove relazioni internazionali. Il dominio inglese sui territori coloniali esigeva anche la trasmissione dei modelli conoscitivi metropolitani; pertanto le storie “altre”, gli innumerevoli modelli interpretativi derivanti dalle esperienze coloniali, erano riconoscibili soltanto come tappe di percorsi frammentati e insufficienti nei quali le nuove discipline evoluzionistiche costringevano le culture periferiche. Il dominio economico doveva basarsi anche su costruzioni nel sistema delle rappresentazioni culturali; come ricordava Marx, il nuovo aspetto del colonialismo britannico aveva avuto l’effetto di mandare in frantumi la struttura della società indiana, senza per altro ricostruirne una nuova “L’Inghilterra ha mandato a pezzi l’intera struttura della società indiana, senza che ancora si intraveda un sintomo di ricostruzione. Questa perdita del vecchio mondo senza la conquista di uno nuovo, conferisce una nota di melanconia tutta particolare all’attuale miseria degli indù e separa l’Indostan, dominato dall’Inghilterra, da tutte le sue antiche tradizioni e da tutto il complesso della sua storia passata” 17. Il principio costitutivo della politica culturale del colonialismo, infatti, è rappresentato dalla negazione dell’Altro, dalla frantumazione del suo sistema rappresentativo e dalla disorganizzazione dei suoi percorsi ideologici.

La condotta degli stati coloniali favoriva quella disgiunzione temporale che aveva l’effetto di sconfessare, travisandolo, il passato dell’Altro e di ammettere soltanto la rappresentazione del presente come punto di approdo di un cammino iniziato nel centro occidentale(18). C’è dunque, tra darvinismo e socialdarvinismo, una disparità di trattamento della storia, un contrasto tra i principi progressivi accolti da Darwin e la mitografia dell’attualità connaturata al jingoismo di fine secolo. Negli scritti indiani di Kipling traspare spesso una contraddizione che risale all’ambivalenza del discorso sulla storia; in particolare, nei Plain Tales si postulava la purezza della razza sassone, l’eternità del suo dominio e la fissità del suo ruolo storico, in contrapposizione alla concezione della storia come perenne mutazione. Il pensiero socialdarvinista di Kipling comportava l’accettazione dei principi evoluzionisti che garantivano, magari a spese della coerenza speculativa, la riproduzione capitalistica al di fuori dei confini nazionali; operazione di disgiunzione del sistema politico da quello teorico che era riuscita a Sir Edward Tylor, autore di Primitive Culture (1871), i cui principi Kipling dichiarava di condividere: 19. Nell’opera di Tylor era evidente una profonda e pericolosa contraddizione tra storicità dell’evoluzione ed a-storicità del discorso sulla razza; inoltre, il degenerativismo organicistico di Tylor maturava come risultato della integrazione tra dottrina evoluzionistica ed antropologia razzistica: “Acquaintance with the physical laws of the world and the accompanying power of adapting nature to man’s own ends, are, on the whole, lowest among savages, mean among barbarians, and highest among modern educated nations. Thus a transition from the savage state to our own would be, practically, that very progress of art and knowledge which is one main element in the development of culture” 20). D’altra parte, nel Kipling dei racconti indiani era operante un’idea della storia che non avrebbe mai potuto risolvere la contraddizione tra gradualismo evolutivo e staticità della realtà sociale e culturale; era questo il significato ultimo dell’affermazione “neo-vichiana” contenuta inWee Willie Winkie:21. Dagli scritti di Seeley, Spencer e Froude, il cui ruolo di primo piano nella formazione del discorso coloniale di fine ‘800 è da tutti riconosciuto, prendevano l’avvio le idee dominanti sull’uomo e sulla società in base alle quali veniva riconosciuta la superiorità dei sistemi sociali cresciuti sotto la tutela della razza sassone. Il paternalismo di molte posizioni teoriche nasceva, appunto, dal tentativo di concepire unitariamente lo sviluppo delle forme sociali e produttive dell’Occidente capitalistico e quello delle formazioni periferiche; come risultato di questa concezione unitaria, poteva ben avviarsi l’intervento “benefico” della razza sassone oltre i confini dello Stato-nazione. Un concetto contenuto anche in The English in the West Indies del 1887 in cui Anthony Froude cercava di fornire una spiegazione scientifica alla varietà dei rapporti coloniali ed ai diversi “compiti” che attendevano l’Inghilterra nelle differenti aree coloniali: “There is a broad distinction between colonies and conquered countries. Colonists are part of ourselves. Foreigners attached by force to our dominions may submit to be ruled by us, but will not always consent to rule themselves in accordance with our views or interests, or remain attached to us if we enable them to leave us when they please. The Crown, therefore, as in India, rules directly by the police and by the army” (22). Come riconosceva lo stesso Froude, il tempo del colonialismo mercantilista gestito dalle compagnie di navigazione aveva ceduto il posto ad un colonialismo direttamente integrato alle leggi del capitale e, pertanto, inevitabilmente intrecciato alla crisi di sovrapproduzione di merci e di forza-lavoro. Questa realtà imponeva una nuova politica economica fondata sulla premessa “maltusiana” riguardante la crescita sproporzionata dalla popolazione non soltanto in Inghilterra ma in ogni angolo del mondo; in Evolution and Ethics, la sintesi più completa dell’incontro tra evoluzionismo e discipline sociali, Huxley così scriveva: “When the colony reached the limit of possible expansion, the surplus population must be disposed of somehow; or the fierce struggle for existence must recommence and destroy that peace, which is the fundamental condition of the maintenance of the state of art against the state of nature” (23). Il credo evoluzionistico si trasformava nel razzismo più barbaro e nella più crudele intolleranza nei riguardi del diverso, dell’Altro: (24). Nell’antropologia razzistica di Huxley la civiltà aveva origine dalla lotta spietata tra uomo e natura, per cui la misura dell’etica era la sempre maggiore distanza da quel “cosmic process” da cui ci la società umana si sarebbe progressivamente affrancata lottando contro il “non-adatto”. Una posizione condivisa dal filosofo moralista Benjamin Kidd che in Social Evolution aveva sostituito il concetto darviniano di evoluzione con quello, pessimista, di “pagan retrogression” (25). La complessità e la contraddittorietà interna del discorso evoluzionista, però, non potevano coprire la centralità della questione economica: “While undeniably meanings with a racial content can be seen to derive from economic institutions and their political expressions in nationalism and imperialism, and while again they have become established as inherited forms of ideology, they function in specific modes calling for specific analysis” (26). I discorsi sulla razza, positivisti o degenerativisti, avevano in ogni caso l’effetto di distogliere l’attenzione dalle categorie dell’economia politica, di spostare il centro del rapporto sociale ad una questione di compatibilità tra razze diverse.

Nel febbraio del 1883 il governo di Gladstone aveva concesso ai giudici indiani (in prevalenza induisti) di esercitare la propria professione anche nei confronti degli anglo-indiani; in questa occasione Kipling scrisse per il Civil and Military Gazette un articolo nel quale si rivendicava alla razza bianca il monopolio della giustizia e si attaccava, di conseguenza, il liberalismo implicito nella cosiddetta “Ilbert Bill”. Sul giornale di Lahore apparvero diversi articoli a firma di Kipling concernenti la superiorità della razza sassone (27), ma è nei racconti indiani che l’ideologia razzista assume, per così dire, una fisionomia estetica. Il racconto in cui si manifestava più apertamente la fiducia nella funzione delle barriere etiche e politiche che tenevano separata la razza dei coloni da quella dei colonizzati è “Beyond the Pale” che, a differenza degli altri racconti non era mai apparso sul Civil and Military Gazette . La tesi razzistica era difesa esplicitamente nell’esordio:28. La narrazione, a conferma di questa tesi iniziale, riguardava le disavventure provocate dall’amore tra il bianco Trejago e Bisesa, una vedova induista. L’atmosfera generale del racconto ricordava quella delle 1001 Notte, che da oltre un quarantennio circolava nella discutibile versione di Edward Lane; per Kipling la collezione rappresentava poco più che un manuale per muoversi in un bordello orientale: 29. Malgrado la forte attrazione tra i due che viene lasciata intuire ad inizio del racconto e nonostante i vani tentativi di Bisesa di somigliare ad una donna inglese, alla fine Trejago si innamorava di una autentica “lady”; da quel momento avrebbero avuto inizio le sventure che, come per un decreto della Natura oltraggiata dalla mescolanza delle razze, si sarebbero abbattute con più ferocia sulla povera Bisesa; la giovane donna indiana, infatti, avrebbe subito la mutilazione delle mani. In virtù delle implicazioni ideologiche del rapporto tra Trejago e Bisesa, “Beyond the Pale” anticipava altri racconti di Kipling ben più complessi come “Without the Benefit of Clergy” o “Kidnapped”: in quest’ultimo racconto veniamo subito colpiti dalla perentoria affermazione (30). Infine, in “His chance in life” incappiamo nel desolante e funambolesco Michele che si opponeva alla rivolta di Tibasu in nome dei valori occidentali (31). Su episodi di questo tipo veniva costruito un discorso che valorizzava il “segno” della razza immobilizzando il “senso” della storia; le fantasie razzistiche della comunità anglo-indiana evocavano concezioni della storia che contraddicevano il “principio positivo” della trasformazione ormai radicato nella Francia di Auguste Comte, come nella Germania di Marx ed Engels. L’ibridismo culturale derivante dalla a-temporalità del modo di concepire le razze, rendeva ideologicamente incoerente il discorso di Kipling; l’insicuro ed ambivalente Trejago, simulacro imperfetto dell’impero coloniale, non riusciva a “possedere” completamente Bisesa, paralizzato com’era dalla contraddizione tra corporeità e ragione di Stato, sessualità e politica. Nascondendo dietro la maschera del razzismo le finalità economiche dell’impresa coloniale, Kipling rifiutava la rappresentazione dell’alterità (Bisesa) per accedere ad una interpretazione integrata di periferia e metropoli nell’ambito del modello esegetico occidentale. Il personaggio femminile di “Beyond the Pale” ci ricorda Lispeth, l’eroina del primo racconto della collezione le cui doti erano misurate dalla prossimità ai caratteri della donna inglese: 32. In questo e in altri casi, la valorizzazione dell’alterità operava in funzione della possibilità di identificazione con i modelli britannici consolidati; in realtà, però, solo in conseguenza della negazione dell’alterità il soggetto “altro” avrebbe potuto godere di una posizione privilegiata nella narrazione se non addirittura assurgere alla condizione di soggetto narrante (33). Qualora, al contrario, l’Altro si fosse mantenuto autentico fino al punto da contrapporsi al progetto inferiorizzante, lo scrittore l’avrebbe presentato come sconveniente e reazionaria formulazione di inaccettabili codici barbarici e primitivi. Nei racconti di Kipling si percepisce spesso un mal celato sentimento di fastidio per l’Altro, un desiderio di cancellarne l’autenticità e di espellerlo dal suo stesso ambiente nativo.

Il risultato più perverso del razzismo consisteva nella costituzione di irriducibili spazi etnici, grazie alla quale diventava possibile realizzare sistematicamente processi di riduzione dell’oppresso al livello della pura animalità; il Kipling dei racconti indiani produceva, poco alla volta, un nuovo bestiario, un bestiario coloniale i cui eroi non erano più degli animali umanizzati ma delle razze umane bestializzate. Un bestiario che, allo stesso modo di una enciclopedia del folklore, poteva essere utilizzato per la rappresentazione di razze, religioni, varietà umane, costumi, comportamenti sociali. Non si trattava, tuttavia, di una semplice e innocua raccolta di dati con cui soddisfare l’istinto classificatorio del gentiluomo borghese, secondo i criteri a cui si uniformavano le enciclopedie agli inizi del secolo. Questa volta, la collezione conteneva rappresentazioni di primitività scientificamente ordinate, gerarchizzate: da una parte i guerrieri musulmani di Tibasu e, in posizione superiore, gli sciocchi indiani del genere di Suddhoo. Razze, tribù, sette religiose, popolazioni – catalogate, classificate, regolarizzate; e, naturalmente, al di sopra di questa babele delle etnie si ergeva la mente ordinatrice dell’uomo bianco, la scienza del Nafferton di “Pig” che su ordine governativo girava l’India per compilare un nuovo “ethnological excursus”. I due mondi, quello del colonizzato e quello del colonizzatore, coesistevano in un unico spazio geografico, entrambi soggetti alle medesime condizioni ambientali anche se disponevano di strumenti diversi per farvi fronte; tale coesistenza non diventava mai integrazione e poneva di continuo la necessità di prese di posizione risolute al riguardo dell’una o dell’altra identità. Si trattava, pertanto, di mondi che pur coesistendo in un unico ambito nazionale, manifestavano con sempre maggiore determinazione la tensione a costituirsi in terreni distinti, realtà non comunicanti; ogni cedimento alla cultura dell’ “altro” avrebbe avuto il valore, il peso morale, di un imperdonabile tradimento – da una parte, resa ad una cultura artificialmente, pretestuosamente, addobbata delle vesti di una universale, divina, incontestabile, superiorità; dall’altra, abbandono sconsiderato nel mondo degli istinti selvaggi, della passionalità. E quest’immagine di superiorità raziocinante o di impulsività primitiva costituiva uno dei risultati più diretti delle politiche coloniali: l’opera di inferiorizzazione si svolgeva prevalentemente dentro le coscienze, prima ancora che nel corpo, degli indiani della colonia Tra i due mondi non v’era dialettica ma dominava una perversa logica dello squilibrio, della disuguaglianza, di separazione netta e violenta; occorreva insinuare nella psiche del colonizzato che non vi sarebbe stata fuga da ciò che si presentava come catastrofe biologica, cromosomica, condizione inevitabile perché oggettiva. L’istituzione militare doveva porsi come spartiacq

Related

Poemie.com-poesia E Teatro

67 nuovi testi in Teatroteca E’ possibile inviare le proprie poesie da pubblicare (gratis) sul Sito e da condividere in una sezione chiamata (Raccolte), creando così una piccola Biblioteca consultabile. Saranno esclusi tutti i testi che possano risultare in qualsiasi modo offensivi della sensibilità altrui, che verranno eliminati. E’ possibile far stampare (a pagamento) dei […]

Love this post.0

“il Corsivo”: Satira Di Alto Livello O Bassa Adulazione

“Il Corsivo”: satira di alto livello o bassa adulazione ? Un dubbio aleggia fra i lettori dei giornali valdostani: “Il Corsivo” diretto da Giovanni Firera è un giornale satirico ? Partiamo dal titolo. Sotto la testata “Il Corsivo” campeggia la scritta “Il quotidiano del lunedi’”. Ma come quotidiano? Non esce una volta alla settimana? E’ […]

Love this post.0

Studio Apa-agenzia Pratiche

Creazione di questa pagina di Novità. Il Ministero delle Finanze, con circolare 122 dell’ 11/5/1998 ha dato istruzioni per l’esonero dal pagamento delle tasse automobilistiche in caso di vendita/demolizione/perdita di possesso dei veicoli ed autoscafi quando l’evento non e’ stato annotato nei Registri (tra i quali il P.R.A.), cosi’ come previsto dai commi 7 ed […]

Love this post.0