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Silgreen

Molti e molti anni fa vi era un luogo lontano, abitato da un popolo di contadini. Erano più di cent’anni che quella povera gente viveva schiava di incredibili superstizioni, trasmesse di padre in figlio generazione dopo generazione.

Sotto il giogo di anni tenebrosi la saggezza e le antiche scienze erano andate perdute, spazzate via come foglie secche dal vento mentre i villaggi e le città cadevano ad una ad una durante interminabili guerre.

Come tutte le cose, un giorno anche le guerre finirono. Le terre più a nord di quei luoghi confinavano con una foresta scura di alberi giganteschi, “la foresta incantata”. Nessun uomo, per quanto coraggioso, avrebbe mai osato avventurarsi oltre i limiti della grande pianura e pochi osavano andare oltre le porte di Eleusis, ai confini con la foresta.

Questa città era abitata dai rinnegati, delinquenti e mercenari confinati a Eleusis per legge, perché le popolazioni delle colline, stanche delle battaglie potessero vivere in pace.

Ma Eleusis non era certo il confine del mondo. Se un incauto viandante avesse varcato le sue mura e raccolto il coraggio si fosse spinto ancora più a nord, avrebbe raggiunto un gruppo di baracche, le case di legno e paglia abitate dai “taglialegna”.

Era un pugno di uomini ai confini della civiltà, che si procurava quanto serviva per vivere scambiando legname con “gli altri”. Erano gli unici che forse per follia andavano fin nel cuore della foresta per abbattere gli alberi.

A Eleusis correva voce che i più temerari restassero nel bosco anche durante la notte seppure a questo proposito non si sappia quasi nulla, perché nessuno parla volentieri di queste cose. Ma anche il più incredulo, sa che ogni leggenda nasconde una verità.

A mezzanotte in punto, due taglialegna tra i più crudeli uccisero il grande albero. Quando Axel sentì il gran trambusto provocato dall’albero abbattuto fece appena in tempo a guardare fuori e in un ultimo disperato tentativo gettò Silgreen in un cespuglio. Con un tonfo che ancora oggi gli anziani ricordano, l’albero secolare cadde coprendo l’eco sommesso del pianto di un piccolo elfo.

Il circolo degli anziani quello stesso giorno decise di affidare Silgreen, che necessitava di cure materne, all’unica che conoscessero adatta ad un simile ruolo: Meredith, la bruna fata del bosco.

Era ben più di una semplice fata. Si diceva fosse la più bella creatura della foresta. Viveva sola in una capanna vicino al confine, dove passava la strada che da Eleusis portava alle verdi montagne. Meredith si prendeva cura dei viandanti che intraprendevano il lungo viaggio proteggendoli nel cammino.

Ora che c’era Silgreen avrebbe avuto molto meno tempo, era così piccolo e senza nessuno ed aveva tanto bisogno di lei. Molte lune segnarono lo scorrere del tempo e Silgreen cresceva, fra le cure di Meredith e i giochi con gli altri piccoli elfi; il tempo passava e lui imparava a conoscere quel mondo di alberi, animali e creature che ora gli uomini credono solo immaginarie attraverso gli occhi e le parole della fata.

Con gli anni Silgreen cambiava. Era diventato un elfo adulto, quando all’inizio della sua ventesima primavera si accorse di guardare Meredith con occhi diversi. Quel giorno sarebbe stato indimenticabile, come l’emozione che seppe provare. La fata era sempre la stessa, le fate non possono invecchiare perché sono senza tempo, ma Silgreen era profondamente mutato ed era molto diverso ciò che ora provava per l’essere dolcissimo che da sempre chiamava madre.

Meredith era nuda al laghetto, vicino alla fonte. Mentre faceva il bagno si sentì osservata e capì che il giorno tanto atteso stava per giungere. Accettando la custodia di Silgreen aveva giurato davanti ai cinque antichi, i guardiani della foresta incantata, che non avrebbe mai rivelato a Silgreen chi fosse lei veramente e raggiunto il ventunesimo anno di età avrebbe raccontato al giovane elfo le sue vere origini, prima di restituirlo al popolo cui era destinato ad appartenere. Ma i sentimenti di Meredith stavano mutando, mentre passava un altro anno.

Il giorno del solstizio di primavera Meredith venne convocata di fronte al consiglio degli antichi. I raggi del primo sole illuminavano la radura, filtrando attraverso gli alberi altissimi per rincorrere la nebbia sottile che si dissolveva veloce, quasi un incantesimo annunciasse il suo arrivo.

– Che Meredith, la fata, venga avanti. – disse uno dei cinque. Come voleva la tradizione millenaria della foresta nessuno conosceva i cinque né poteva vedere il loro volto perché erano sempre avvolti in lunghi mantelli e coperti da oscuri cappucci.

– E’ giunto il tempo, Meredith! – tuonò il primo dei cinque e aggiunse – Fra poco il tuo impegno finisce e dovrai restituire Silgreen al popolo degli elfi, cui egli appartiene. – Ed un altro disse – Ma ricorda! Silgreen deve essere un elfo, guai a te se cederai ai sentimenti che sappiamo albergano nel tuo cuore. Perderesti per sempre i tuoi poteri. –

– Per il popolo della foresta non saresti più, mai più Meredith, ma soltanto ciò che appari agli uomini quando li guardi passarti accanto, vicino alla strada del nord. – fece eco un’altra voce.

La fata capì che i saggi non avrebbero aggiunto altro e tornò silenziosa alla propria capanna in preda a fortissime emozioni e sentimenti contrastanti. Sapeva cosa l’aspettava, se avesse disobbedito.

La seconda luna piena venne ma non fu come tutte le altre, né per lei né per il giovane elfo. Negli ultimi tempi Silgreen si sentiva diverso, provava qualcosa di inspiegabilmente strano nei confronti di quella donna, sempre bella come il primo giorno. Così passava le sue giornate da solo, cullato da una strana tristezza che a volte diventava malinconia.

– Silgreen, stanotte passeggeremo nel bosco. –

Meredith e Silgreen camminarono a lungo tenendosi per mano, finché non giunsero a una radura circondata da alberi ancora giovani. Lì sedettero su una grande pietra e lei cominciò a parlare. La luna era altissima ed illuminava d’argento l’erba bassa della radura. Le ombre si stendevano ai loro piedi ed i lunghi capelli della bella Meredith brillavano, nero corvino, sotto i raggi incantati.

– Molti anni fa, tu eri appena nato, viveva una famiglia di elfi con un piccolo. La loro capanna sorgeva proprio qui, dove ora siamo seduti, ai piedi di un albero grandissimo. Una notte come questa uomini malvagi abbatterono il grande albero che cadendo distrusse la casa e li uccise. Di loro si salvò soltanto il piccolo Silgreen, figlio di Axel e Lilith. – Lui la osservava attento, ascoltando stupito le sue parole.

– Avevi pochi giorni e per volere degli anziani del tuo popolo fosti affidato alle mie cure, così ti ho fatto da madre per tutto questo tempo. Questa notte cade il ventunesimo anniversario della morte dei tuoi genitori e adesso sei adulto. Ora devi condurre la vita da solo, fra la tua gente, il popolo degli elfi. Anche se in questi anni ho imparato ad amarti ora dovrai fare a meno di me, perché il mio compito è terminato. –

Meredith sapeva che non l’avrebbe mai più rivisto e il mattino successivo sarebbero cominciati altri giorni, Meredith sola senza Silgreen.

– Ma io non voglio lasciarti, voglio stare con te! – esclamò il giovane con gli occhi lucidi.

– Non è possibile, mio caro – disse Meredith cercando di mostrarsi distaccata. Con lo sguardo osservava la luna e pensava a quante volte aveva temuto quel momento, il terribile distacco.

– Il tuo popolo ti attende, il Consiglio degli Anziani sa che domattina andrai da loro. Riuscirai a dimenticarmi presto, vedrai. – Sapeva di mentire anche a sé stessa.

Fu allora che i loro sguardi s’incrociarono, poi i loro occhi non seppero vedere altro. Nessuno saprebbe dire chi si sia avvicinato per primo, quale dei due abbia stretto le proprie braccia ad altri fianchi. Nemmeno una lucciola assistette quella notte a quell’incontro atteso da ventuno primavere e scritto nelle stelle, un incantesimo sciolto in un gesto, un abbraccio per sempre.

La mattina gli anziani del popolo degli elfi attesero invano l’arrivo di Silgreen e capirono. Più nessuno vide Meredith nella sua casetta vicino alla strada del nord e da allora molti viandanti diretti alle montagne si perdono lungo sentieri senza ritorno.

Da anni, ai piedi della grande pietra al centro della radura dove tanto tempo fa sorgeva la casa di Axel e Lilith, cresce una rigogliosa pianta di ortica. Durante le notti di luna piena si vede una piccola lumaca dal guscio d’argento, che si muove lenta sulle sue foglie mentre indescrivibili emozioni pulsano nel suo cuore di rame.

Pochi conoscono questa storia, ma anche gli uomini che vivono più a sud fin quasi al mare, chiamano il luogo che una volta era la foresta incantata col nome di Silgreen.

Enrico Miglino

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