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Torinofilmfest 2005

TorinoFilmFestival 2005

Devo dire che ero abbastanza emozionato nell’andare a questa edizione del TorinoFilmFestival. In primo luogo perché era il mio primo festival dopo due anni e mezzo di digiuno pressochè totale, causa una piacevole e spontanea applicazione totale al mestiere di papà, in secondo luogo perché non andavo a Torino dal 1998, e da allora avevo conservato un ottimo ricordo del festival, del programma, dell’atmosfera. Ad essere sincero però sono rimasto un po’ deluso dal programma, di quel che ho visto e di quel che ho letto sarebbe stato proiettato nei giorni a seguire. La sezione “Americana”, a parer mio il vero punto di forza del festival, mi è sembrata un po’ debole e non più quella finestra sul retro del cinema americano come era qualche anno fa. Il concorso principale non mi è parso particolarmente coraggioso e propositivo, la sezione “doc”, per quel che ho visto, includeva di tutto, dalla videoarte al filamto poco più ch amatoriale (tranne “Grizzly man” di Herzog che merita un articolo a parte). La rivoluzione digitale ha allargato enormemente le possibilità dei filmmaker, a volte introducendo in quusta categoria persone che filmmaker non sono, o almeno non ancora. La facilità di ripresa e di montaggio, l’abbattimento dei costi e la rapidità di circolazione dei risultati hanno sì fatto fare un salto in avanti alla cinematografia ma, a volte, a scapito della cura e dell’attenzione che la diversa velocità di costruzione di un film “tradizionale” giocoforza imponeva.

Poi, Torino. Impacchettata e frettolosa per un appuntamento, le olimpiadi invernali, che sembra legarsi poco con la città, che sembra vivere parallelamente ma allostesso tempo nelle viscere delle vie e delle piazze, tollerato un po’ indifferentemente. I frequentatori del festival, però, sempre quelli: in coda con la borsa piena di giornali e cataloghi, a parlar di cinema ogni minuto di pausa, poi a parlar di cosa fare dopo e domani.

Il festival è articolato in diverse e numerose sezioni, a partire dal concorso principale, passando poi per “Doc 2005” (in concorso e non), “Spazio Italia”, la storica, ma quest’anno sottotono, “Americana”, fino all’omaggio a Chabrol e a Walter Hill, a cui dobbiamo, ad esempio “Warriors – I guerrieri della notte” qui riprsentato col “director’s cut” e ri-applauditissimo. L’antologica su Chabrol, francamente, mi è sembrata eccessiva. Questa sezione ha monopolizzato due sale per l’intera durata del festival e le proiezioni erano frequentate da pochissimi spettatori, giustamente distratti da novità e prime visioni, meglio era, a parer mio, focalizzare l’obiettivo e proporre una selezione motivata della produzione del sempre grande Chabrol. Io ad esempio ho visto “Le beau Serge” e l’ho apprezzato moltissimo, trovandoci quel senso di inquietudine e rabbia che conosco dai suoi film degli ultimi quindici anni, però incastrare decine di film in un festival mi è sembrato eccessivo.

E’ stato invece apprezzato l’ultimo lavoro dell’iraniano Amir Naderi (“Manhattan by numbers”, “Marathon”), intitolato “Sound barrier”.

Girato in digitale, con pochi mezzi, una location e due attori, seguendo il percorso originale di questo regista che accomuna ossessione e città in ogni suo film, “Sound barrier” racconta di un ragazzino sordo alla caccia della evrità su sua madre e sull’abbandono, schiacciando letteralmente le orecchie alla radio ove infila freneticamente le registrazioni dei programmi radiofonici da lei condotti. Il film, rifiutato da Venezia probabilmente perché troppo poco “cinematografico”, è in effetti disturbante e, a tratti, noioso e artificialmente allungato. La storia avrebbe potuto condensarsi in metà tempo, la facilità e l’economicità del digitale ha, a parer mio, dilatato le riprese senza un motivo effettivo. La sequenza in cui il ragazzino, il cui nome è Jesse ed è interpretato dal bravo Charlie Wilson, chiuso in un box di un magazzino a scaravoltare le musicassette è francamente lunga e ripetitiva, poi il film riprende decisamente quota una volta fuori, nella strada, quando Jesse cerca disperatamente qualcuno che gli ripeta ciò che sente dal registratore, così da potergli leggere le labbra e sopire il suo desiderio di verità. Sempre in concorso è passato (indenne) in sala un film tedesco un po’ incomprensibile ma allo stesso temopo un po’ affascinante. “Sieben Himmel”, di Michel Busch, narra di una relazione anomala tra un guardiano notturno e una ragazza dark capitata lì un po’ per caso. I due si cercano, spesso si trovano, ma lei ha anche altre frequentazioni. A causa, o qualcuno potrebbe dire “grazie a”, di un montaggio frammentato, di inquadrature fuori fuoco e di una linearità narrativa che fa molte deviazioni temporali e oniriche, il film risulta noioso e avvincente allo stesso tempo, di certo non è un capolavoro indimenticabile. Indimenticabile è invece la vista di Isabella Rossellini, a Torino per presentare il suo omaggio al famoso padre Roberto. “My Dad is 100 years old” è un cortometraggio in cui la Rossellini interpreta tutte le parti, tranne la pancia del papà, dei personaggi che hanno ruotato attorno al geniale e pigro regista del neorealismo all’italiana. Il film è palloso, diciamola tutta, ma la grazia di Isabella Rossellini a 53 anni è unica, e il solo vederla passare a 30 metri tra le file dei posti rasserena col mondo, almeno per un po’. In quella stessa sera, ricca di incontri dato che poco prima abbiamo avuto modo di notare Howard Jones passeggiare sotto ai portici di Torino, ho avuto modo di vedere “Walk the line”, la biografia del cantautore americano Johnny Cash, coi protagonisti Joaquim Phoenix e Reese Whiterspoon in odore di Oscar, a detta degli organizzatori del festival. “Walk the line”, come la maggiorparte delle biografie, purtroppo, si preoccupa troppo della ricostruzione storica e degli episodi chiave della vita che deve raccontare che finisce per soffocare le ambizioni del regista e degli attori. In “walk the line” James Mangold (“Ragazze interrotte” e l’ottimo “Copland” tra i suoi film) non riesce a coinvolgere il pubblico italiano nella vicenda di un ragazzino di campagna che, contro tutto e tutti, riesce a diventare una star del nascente rock’n’roll, con vizi e stravizi naturalmente ad esso connessi. Non conosco la vita di Johnny Cahs e nemmeno le sue canzoni, l’unica che mi risulta famigliare vedendo il film, “Ring of fire”, scopro non essere nemmeno sua ma della sua seconda moglie… Insomma non mi sono divertito, ma ho mantenuto il massimo contegno nel rispettare il personaggio e l’intenzione del regista. Comunque alla fine nesuno si è spellato le mani, probabilmente per la già citata lontananza culturale col tema del film.

Torino, insomma, mi ha prima sedotto e poi un po’ deluso, ma ho visto solo due giorni.

Michele Benatti

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