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Vedove Di Guerra

Si chiama Lailama, e ha ventidue anni. Si è sposata nel 1996, giovanissima, come tante donne dell’Afghanistan che vengono date in spose dalle loro famiglie senza nemmeno che loro sappiano a chi, o che vedano mai il “fidanzato”.

Vive in un villaggio costruito per i profughi dalla cooperazione internazionale. Costruito, chissà in base a quale criterio, sulla sponda opposta rispetto a tutti gli altri villaggi di questa valle popolata da migliaia di anni.Un villaggio non piccolo, migliaia di persone giunte qui quando, nel 1999, i talebani avanzarono lungo la piana di Shamali, che separa la valle del Panshir da Kabul. Allora i profughi furono circa centocinquanta mila. Molti di loro sono rimasti nella valle ancora oggi. Sono quelli che arrivano da più lontano, dal lato della piana ancora controllata dai taleb. Il villaggio, costruito da occidentali, è composto da circa trecento case. Tutte rigorosamente senza cesso. E così, sul fiume, si forma una bella catena: quello più a monte fa pipì, poi prende una bella secchiata d’acqua per fare da mangiare. Quello subito più a valle, invece della pipì magari fa la cacca, e dopo, anche lui, riempie la sua bacinella di stagno per il pranzo. Quello ancora a valle fa lo stesso, e magari con il cibo che ha fatto grazie all’acqua dei suoi vicini più a monte muore di tifo.

Latifa, l’abbiamo vista senza burqa, lei non lo porta. La vita le ha scritto sulla faccia molti più dei trent’anni che ha. Sposata nel 1980, è diventata vedova nel 1994. Ha cinque figli. Le condizioni di vita di Latifa sono terribili. Vive in un tugurio senza quasi luce, con gli sterpi a fare da focolare ché persino la legna è merce rara per lei. “Quando sono ricca – dice – ho cinque chili di farina”. I suoi figli vanno a scuola. Ma fa impressione vederli arrivare al portone insieme a tanti bambini che riescono ad essere puliti, “lavati e stirati” nonostante la miseria che li fa vestire con i più improbabili capi di abbigliamento pescati in chissà quale distribuzione umanitaria di vestiti dismessi da noi.

Loro, i figli di Latifa non riescono nemmeno ad essere dignitosi, anche se, insieme alla madre, non chiedono altro.

Zeyagah ha trent’anni. Si è sposata che ne aveva ventidue. È diventata vedova che ne aveva ventotto. Con suo marito che faceva il medico in un gruppo di mujaheddin, ha fatto quattro figli nelle pause della guerra. Poi, suo marito è morto, ucciso dai talebani. Lei, oggi, deve occuparsi dei figli e del padre, vecchio e non più autosufficiente.

Anche lei, vive in una catapecchia. Nel campo profughi di Anabah, dove chi può sta lentamente sostituendo le pareti delle tende con delle pareti di fango seccato. Dove i più fortunati sono riusciti, con il fango seccato, a costruirsi una vera casa e dunque, una vera vita nuova, avendo lasciato casa e vita vecchie di là dal fronte.

Sono moltissime le vedove in Afghanistan, rese tali dai russi, dalla guerra civile del 1992, dalla guerra tra mujaheddin e taleban. Ce ne saranno altre, forse migliaia di altre rese tali dalla guerra di oggi.

Per loro, Emergency ha avviato da qualche mese un programma sociale che prevede che ad ogni vedova venga dato, con un sistema simile al microcredito, qualche animale domestico non nel senso di cani e gatti ma di quello, più produttivo, di pecore o mucche. Ma il risultato più importante, ancora più importante del fatto che così possiamo conoscere loro e le loro storie, è quello di creare una rete di solidarietà tra donne che, per la loro condizione di vedove, qui sono rifiuti della società.

Rifiuti della società causati dalla guerra. Causati direttamente, non effetti collaterali. Anche questa è la guerra.

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