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Versetti Satanici

Oportet ut scandala eveniant

Ossia, traducendo a senso, “è bene che avvengano degli scandali”. Così i saggi dell’antica Roma hanno scolpito una certa realtà che tuttora perdura, e che solo un evento casuale porta di volta in volta allo scoperto, a riprova di quanto molti pensano o dubitano: come nel “caso Maccari”, grazie al quale siamo venuti a conoscenza di una certa disinvoltura nell’amministrazione della cosa pubblica piuttosto diffusa nei grandi complessi amministrativi, nei quali il denaro abbonda e la sorveglianza difetta, soprattutto in un paese come l’Italia, dove la cultura del controllo è quasi rigettata come espressione di una mania persecutoria propria dei crucchi più inveterati.

Purtroppo neanche la Valle d’Aosta sfugge a questa regola. Quasi quasi il sunnominato si meriterebbe un premio anziché una condanna, per aver contribuito a provare l’esistenza anche da noi di un certo malcostume, dettato dalla convinzione, da parte di certuni, di avere una sorta di diritto di prelievo allorché l’occasione se ne presenti.

Ma non è di lui né del fatto singolo che qui si vuole discutere, dato che altri più documentati di noi lo hanno fatto e lo faranno, bensì delle cause lontane e permanenti che occasionano fatti del genere. Del resto, già i soliti Romani avevano coniato la massima secondo cui “errare humanum est”: forse anche perché i governatori delle Province dell’Impero erano noti per sapersi costituire un gruzzolo prima di andare in pensione.

Non è certo nostra intenzione risalire qui alle cause antropologiche all’origine di tali comportamenti, che accompagneranno sempre l’uomo: ci vorrebbero dei trattati, che di sicuro esistono già.

Limitiamoci piuttosto ad esaminare alcune delle cause di carattere politico che li favoriscono, riassumibili in alcune essenziali considerazioni.

Quando un partito, od un’alleanza politica, rimane molto a lungo al potere, alcuni dei suoi rappresentanti collocati ai vertici delle varie strutture organizzative vengono colti da una sorta di vertigine che fa loro credere di essere al di sopra delle leggi, od addirittura di poterle incarnare, e che li convince ad assumere comportamenti illegali, a commettere abusi di potere, ad attuare e far attuare decisioni in contrasto con le leggi, ad interpretare queste secondo convenienza, ad ignorarne il reale significato ed il valore, e ad allentare o sopprimere la sorveglianza, limitando questa alle norme consuetudinarie ed a coloro che non fanno parte del clan che li sostiene.

Così facendo, se si combina un casino, si finisce per trascorrere delle forzate e prolungate vacanze sulla Costa Azzurra; e per infilare una serie di cinque Presidenti in conflitto con il codice penale.

Vi è un’altra considerazione da fare, parallela a quella precedente. Quando un partito, o movimento, od alleanza politica, rimane per decenni al potere, ed è il caso della nostra Regione, si assiste all’assalto della diligenza da parte di una moltitudine di opportunisti, pronti ad obbedire acriticamente ad ogni ordine pur di fare carriera e, se l’occasione si presenta, a realizzare un guadagno personale, contando su una connivenza da scambio di favori: ognuna delle due parti pensa di trarre vantaggio dalla situazione, tanto più se prolungata.

E, come nell’economia la moneta cattiva scaccia la buona, così i funzionari condiscendenti finiscono per prevalere su quelli che vogliono mantenersi aderenti allo spirito ed alla lettera delle leggi nell’amministrazione della cosa pubblica: questi ultimi, troppo pignoli e scomodi, vanno relegati in posti non decisionali, od impediti di accedervi, od ammansiti, o scavalcati da elementi loro subordinati più disponibili, e comunque vanno ridotti all’impotenza.

Non è certo con la tanto vantata legge regionale 45/1995 che si potrà porre rimedio a tale situazione, finché nella sua versione attuale essa permetterà alla classe politica al potere, qualunque essa sia, di condizionare la scelta e la carriera dei dirigenti di livello più elevato, riducendo questi ad un ruolo di longa manus del potere politico. Non si tenti quindi di farci credere che detta legge è una garanzia di buona amministrazione, avendo la classe politica trasferito a quella dirigenziale importanti aspetti gestionali: chi ci garantisce, infatti, che certe decisioni, divenute per legge di competenza dei coordinatori e dei dirigenti, non siano precedute da un colloquio a quattr’occhi o telefonico con l’assessore od il presidente, a seconda dei casi?

Bisognerebbe pertanto rivedere e correggere la legge regionale 45 nel senso di impedire i condizionamenti politici anche per gli aspetti meramente esecutivi ed amministrativi. I politici dovrebbero concentrarsi sulle grandi scelte e direttive iniziali e sul controllo della legalità e della trasparenza nella loro applicazione.

Onde evitare fenomeni di incrostazione clientelare e di carrierismo politico sfocianti in assolutismo al di sopra delle leggi, gli eletti non dovrebbero permanere nell’incarico di settore per più di una legislatura, lasciandone trascorrere almeno un’altra prima di tornarvi.

Belial

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